In un'intensa e personale riflessione, Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera, affronta il tema dei disturbi alimentari nel suo libro Affamati d’amore, in cui con coraggio condivide la sua esperienza di sofferenza. Sarzanini, che ha vissuto in prima persona l'anoressia durante gli anni di giovane giornalista di successo e sportiva, racconta come la malattia l'abbia travolta in modo insidioso, trasformandosi in un’ossessione di autocontrollo e autodistruzione.
Nel descrivere il suo percorso, l'autrice non solo fa luce sulla sua battaglia personale, ma offre anche un messaggio di speranza per chi vive lo stesso dolore, con l’intento di abbattere il silenzio e i tabù che circondano i disturbi alimentari. Il libro si fa voce di denuncia verso un sistema sanitario che ancora non riconosce adeguatamente queste patologie, trattandole come malattie mentali e rendendo più difficile l'accesso a cure adeguate. In un momento storico in cui i disturbi alimentari sono in aumento, specialmente tra i giovani, Sarzanini invita le famiglie e le istituzioni a non aver paura di affrontare questi temi, a supportare chi soffre e a promuovere un’informazione corretta nelle scuole. Con il suo racconto, la giornalista ci ricorda quanto sia cruciale il sostegno familiare e la collaborazione con gli specialisti per intraprendere un percorso di guarigione.
“Affamati d’amore” fa luce sui disturbi alimentari più diffusi
Le società scientifiche di Neuropsichiatria e Neuropsicofarmacologia hanno fornito i numeri: tra il 2019 e il 2021 sono raddoppiati i casi di anoressia tra gli adolescenti e si è registrato un +84 per cento di accessi ai servizi di neuropsichiatria, +82 per cento di tentativi di suicidio e +200 per cento nell’ideazione suicidaria, ovvero il pensare al suicidio. Segni di una gioventù molto fragile che rischia, più che in passato, di “generare” adulti in difficoltà. Affrontare il tema dei disturbi alimentari oggi significa interessarsi della società di domani. Anche per questo Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera, ha raccontato in un incontro in UCBM la sua vicenda personale e il suo libro “Affamati d’amore” sulle storie di disturbi alimentari conosciute nei centri di Pontremoli, Varese e Todi insieme alla professoressa Laura Dalla Ragione.
Hai scritto un libro che esce dai luoghi comuni perché parte da te, quando eri una giovane giornalista di successo e una sportiva. Improvvisamente cosa era successo?
Qualcosa in me ha fatto tilt. Era anoressia, ma per un anno non capii di avere un problema, anche se quello che mangiavo non lo trattenevo. Ero ostinata nel non voler mangiare, la mia era diventata una forma di autocontrollo e autodistruzione che non mi faceva sentire il bisogno di chiedere aiuto.
Tanti anni dopo hai deciso di rendere pubblica la tua esperienza.
Volevo mandare un messaggio di speranza ai malati e alle famiglie, anche di fronte al silenzio delle istituzioni, e parlarne ai media. Oggi i disturbi alimentari sono sempre più diffusi ma non sono riconosciuti dal Servizio Sanitario Nazionale: l’anoressia è ancora assimilata alle malattie mentali. Questo meccanismo spaventa le famiglie e rende più difficile per molti trovare l’aiuto necessario.
Nel libro spieghi le parole che non andrebbero mai dette a chi soffre di questo male.
Non si deve mai dire a un anoressico «quanto pesi?» perché tutto quello che riguarda l’intimità aumenta l’ansia di queste persone. Quando non mangiavo queste frasi mi frenavano ancora di più dal toccare cibo. Credo che per aiutare veramente queste persone si debba andare senza paura dagli specialisti.
Da ragazza hai avuto quel grande modello che è stato tuo papà Mario. Quanto è stato importante avere un modello umano e professionale?
Vorrei dire che entrambi i miei genitori con il loro appoggio mi hanno dato la forza di affrontare il mio problema e di risolverlo: è importante il sostegno della famiglia, degli amici per continuare ad avere una prospettiva e per uscirne fuori. Ed è importante che le scuole informino su questi temi perché l’anoressia non sia più una malattia difficile da combattere.
Un lucida e appassionata riflessione sul tema della cura, a firma del professor Natalino Irti. Attraverso parole che invitano il pensiero a sostare e pause che suggeriscono il tempo di una riflessione profonda, si snoda una questione che, a partire da uno spunto etimologico, illumina aspetti normativi, filosofici e in ultima analisi vitali sulla natura di uno dei rapporti umani più delicati e intimi: quello tra medico e malato. Al centro di questa relazione si staglia il grande tema della libertà. Il malato è libero, capace di esercitare la propria volontà e il proprio diritto a essere informato in maniera adeguata: è poi compito del medico garantire questa libertà e fornire tutti gli strumenti necessari affinché la si impieghi senza vincoli. Quello tra medico e paziente è prima di tutto un rapporto tra esseri umani: «la malattia è un uomo malato». Non può esserci «tecnica della terapia» in assenza della «cura del paziente». È qui che scaturisce il tema della «dignità» dell’individuo e del suo personale percorso terapeutico.
La Research-based education rappresenta un modello di università basato sulla cosiddetta “competitive excellence” per attrarre e trattenere i migliori talenti e prepararli ad affrontare le sfide attuali.
La ricerca permette di affrontare le domande scientifiche della contemporaneità, studiando e analizzando i fenomeni con tutti gli strumenti a disposizione, in contatto con il mondo della innovazione pubblica e privata e coltivando il metodo e la cultura della “evidenza scientifica”.
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Si tratta infatti di un nuovo modello di umanesimo tecnologico che integra discipline diverse per promuovere un benessere globale attraverso la collaborazione tra sanità, ambiente, istruzione, politica ed economia. Un paradigma che, oggi più che mai, si rivela cruciale per affrontare le sfide future legate alla salute, alla sostenibilità integrale oltre all’evoluzione della medicina con il supporto tecnologico come l’intelligenza artificiale.
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