Dignitas
Curae

Natalino Irti

03 mar 2025

7 min di lettura

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Un lucida e appassionata riflessione sul tema della cura, a firma del professor Natalino Irti. Attraverso parole che invitano il pensiero a sostare e pause che suggeriscono il tempo di una riflessione profonda, si snoda una questione che, a partire da uno spunto etimologico, illumina aspetti normativi, filosofici e in ultima analisi vitali sulla natura di uno dei rapporti umani più delicati e intimi: quello tra medico e malato.
Al centro di questa relazione si staglia il grande tema della libertà. Il malato è libero, capace di esercitare la propria volontà e il proprio diritto a essere informato in maniera adeguata: è poi compito del medico garantire questa libertà e fornire tutti gli strumenti necessari affinché la si impieghi senza vincoli. 
Quello tra medico e paziente è prima di tutto un rapporto tra esseri umani: «la malattia è un uomo malato». Non può esserci «tecnica della terapia» in assenza della «cura del paziente». È qui che scaturisce il tema della «dignità» dell’individuo e del suo personale percorso terapeutico.

Il manifesto, promosso e diffuso per iniziativa di autorevoli clinici, ha per titolo Dignitas curae. L'immediata e agevole traduzione in “dignità della terapia” ne ridurrebbe e impoverirebbe il significato.

“Cura” va ricondotto alla originaria densità della lingua latina, dove esprime “preoccupazione”, “sollecitudine”, “affanno”, e dunque uno stato d'animo in confronto di altri. La parola è sempre accompagnata dall'idea di relazione, la quale, a ben vedere, può anche indicare (come nel tedesco Sorge) un rapporto con sé stessi, quando ci facciamo altri da noi e ci guardiamo quasi dal di fuori e dall'esterno.

Questa densità di significati accompagna anche la “cura” nel campo della terapia medica, La quale non si risolve ed esaurisce nella semplice prescrizione di un farmaco, o di un'analisi, o di una ricerca radiografica. Qui viene, necessaria e fondamentale, la distinzione fra tecnica della terapia e cura del paziente
L'una non coincide con l'altra. Possono e debbono bensì connettersi, ma vanno considerate come profili logicamente autonomi.

La tecnica è un puro saper fare, scegliere e applicare mezzi in vista di un fine: che è la salute di un individuo.

La tecnica medica - come insegnò, sul principio del secolo scorso, il grande clinico Augusto Murri - non è tanto un conoscere, quanto un riconoscere, cioè “facoltà di applicare le nozioni acquisite ad ogni caso singolo”. Sicché un filosofo del nostro tempo ha ironicamente concluso che si può conoscere e insieme essere incapaci di riconoscere. Un sapere senza saper fare, una teoria che non è in grado di tradursi in tecnica.

La prestazione medica, obbedendo alla logica del ri-conoscere, di per sé stabilisce una relazione tra due soggetti: chi riconosce e chi è riconosciuto, cioè inserito negli schemi classificatori della patologia. Questo rapporto, per ora riguardato soltanto sotto il profilo tecnico, è il seme originario, il sostrato sostanziale, dello “avere in cura”. In questa fase la “cura” tende a identificarsi con l'efficacia della terapia, e dunque con un risultato tecnico oggettivamente accertato e accertabile. La tecnica ha adempiuto il proprio compito: ha “curato”, cioè si è data carico di una malattia e ha apprestato i rimedi necessari. Questa è la nudità tecnologica della medicina: così funziona, e il suo efficace funzionare può bastarle.

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Ma la malattia è un uomo malato, un ”paziente”, colui che patisce la sofferenza e il dolore del male.

Il mio pensiero corre subito a una pagina di storia del diritto penale, che è (a usare l'immagine di Francesco Carnelutti) il diritto del dolore. Alla concezione oggettiva e tecnica del reato, come fatto illecito meritevole di sanzione, è subentrata, a mano a mano, una concezione soggettiva e umanistica, che ha scoperto sotto il reato il reo. L'uomo che viola la legge e viene tradotto in giudizio. Se il processo lo accerta colpevole e lo colpisce con una condanna, egli ha tuttavia diritto alla rieducazione. È l'art. 27 della Costituzione: Io Stato, giudicante e condannante, si prende “cura” del colpevole. La dignitas penae è una forma o un esempio di dignitas curae, vedere dietro il reato il reo è come vedere dietro la malattia il malato, passando dall'oggettività tecnico-strumentale alla soggettività del dolore.

La tecnica medica ci conduce verso la malattia; la cura ci fa scoprire il malato, l'uomo che patisce al pari del colpevole condannato in un giudizio penale. È, codesto, il punto in cui irrompe il problema della dignità, poiché la tecnica medica si rivela e impone come relazione tra me e l'altro, del quale io medico assumo la preoccupazione e la sollecitudine. Così la terapia si fa, propriamente e intensamente, cura

Ardua è la definizione e determinazione della dignità, dove la disputa corre fra due concezioni. L'una, ontologica, che attribuisce dignità all'uomo in quanto uomo; l'altra, che direi storica o esistenziale, la quale considera la dignità propria dell'homo faber, dell'uomo che fa e pensa e decide il proprio destino.

Non sono questi i luoghi e le occasioni opportune perché chi vi parla prenda posizione sul tema: le due concezioni si incontrano - o sembrano incontrarsi - nel principio di auto-determinazione. Dignità è perciò rispetto della consapevole libertà del paziente, il quale così esce dal cerchio tecnologico e decide sulla propria vita. Alla proposta tecnica del medico, che, ri-conoscendo il morbo, ne indica e suggerisce il rimedio, fa riscontro la decisione del paziente, che così diviene parte dello stesso processo terapeutico.

Egli non è semplice oggetto di studio, né destinatario di una scelta altrui, ma partecipe, con la propria libera volontà, dell'intera vicenda medica.

In codesto esercizio di libertà consiste la dignitas curae. E, affinché esso sia consapevole, occorre un contributo informativo del medico, che porga al paziente la materia della decisione. Tutti gli obblighi informativi sono previsti e indirizzati a questo scopo: di rendere consapevole l'esercizio della volontà individuale.

Codesto dialogo esige la comunanza del linguaggio, ridotto alla semplicità comunicativa verso i singoli pazienti, ciascuno considerato e valutato anche nella propria identità economico-sociale. La parola è il ponte gettato fra gli uomini, e in virtù della parola la dignitas curae si risolve in una cura liberamente e consapevolmente voluta. Così la terapia si solleva al rango di rapporto umano e la violenza del potere tecnologico cede all'accordo delle volontà.

Tutto ciò che appartiene alla più nobile tradizione della medicina va conservato, e anche quelle “intuizioni dell'occhio clinico” che Cesare Frugoni denominava “annunzi di verità’, ma tutto chiama al confronto con la libertà volitiva del paziente, sicché trovi il sostegno della sua consapevole determinazione. Non è perciò senza ragione che l'art. 32 della Costituzione, se da un lato garantisce il diritto individuale alla salute, dall'altro richiama "i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Il singolo è “persona umana”, in quanto fonte di volontà decidente, che non subisce il destino decretato da altri, tecnologi o non tecnologi, ma sceglie da sé il proprio destino. La tecnologia medica non possiede e domina il corpo, poiché il corpo non è un oggetto trovato nel mondo, ma è un individuo vivente: esso non è disgiungibile dall'unità della persona umana. Il corpo non è qualsiasi corpo, ma il corpo di un singolare e concreto individuo.


La dignitas curae, come processo terapeutico e dialogo tra competenza tecnica e individuale libertà di determinazione, è il risultato da perseguire e raggiungere con la formazione didattica e con l'osservanza di quelle leggi che gli uomini si danno - e sono costretti a darsi - per l'ordine della convivenza.


Tornando al principio di queste notazioni, certo incomplete e frammentarie, rammenterei che nell'antichità classica correva la favola (fabula) della dea Cura, la quale crea un essere con la terra fangosa di un fiume: essere chiamato homo perché fatto di humus, e conteso tra il corpo (la dea Terra) e lo spirito (il dio Giove). Questa antica e poetica favola ci insegna da secoli che il corpo non sta a sé, ma è lo stesso uomo nella sua complessa e discorde unità, sicché essa si chiude con le parole: La cura che dapprima immaginò l'uomo, lo tenga finché egli viva".

 

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Natalino Irti

Natalino Irti, nato ad Avezzano il 5 aprile 1936. Ha frequentato il Ginnasio - Liceo Torlonia nella città nativa.
Allievo del grande giurista Emilio Betti, - dopo aver conseguito la libera docenza universitaria nel 1965 - vince, nel 1967, il concorso per professore ordinario. Ha insegnato sempre come titolare di cattedra, nelle Università di Sassari, Parma, Torino, e, dal 1975, nell'Università di Roma 'l a Sapienza', dove ora è professore emerito di diritto civile.
È socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, e membro di altri sodalizi scientifici.

Presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato da Benedetto Croce.
Ha pubblicato monografie, corsi di lezioni e libri di cultura filosofico-giuridica, che hanno suscitato larghi dibattiti e sono stati tradotti in molte lingue straniere. Intenso il suo rapporto con i filosofi: ne sono nati due volumi: "Dialogo su diritto e tecnica", con Emanuele Severino; e "Elogio del diritto", con Massimo Cacciari. Discontinua, ma ininterrotta, è stata, ed è, la sua collaborazione a quotidiani italiani (Corriere della Sera, il Sole 24 Ore).

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