Il sociologo Sergio Belardinelli, docente di Sociologia della Cultura all'Università di Bologna, riflette sulla crisi attuale, definendola un'opportunità per riscoprire il valore delle relazioni e della cura, concetti che la pandemia ha riportato alla luce. <<Viviamo uno spaesamento 'inedito', eppure proprio oggi si può riscoprire la dimensione dell’incertezza. Finché siamo inquieti possiamo stare tranquilli>>, afferma Belardinelli, sottolineando come l'incertezza sia legata alla libertà, un legame che la nostra società, troppo ancorata al controllo, fatica ad accettare. Secondo il sociologo, la cultura individualistica e la crisi del dialogo tra cultura cristiana e laica stanno minando la forza dell'Europa, non solo a livello religioso ma anche politico-culturale.
Per superare questa fase storica, Belardinelli indica che <<chi avrà risorse culturali e relazioni umane di valore>> sarà in grado di affrontare con successo il marasma dei nostri tempi.
A colloquio con il sociologo Sergio Belardinelli (Alma Mater).
Il momento che stiamo vivendo? «Istintivamente direi che siamo in un tempo di crisi. Ma nelle crisi vi sono sempre preziose opportunità» esordisce il professor Sergio Belardinelli, docente di Sociologia della Cultura all’Università di Bologna e Coordinatore del Consulting Committee UCBM. «Penso che la pandemia abbia aperto scenari inediti che hanno mostrato l’importanza decisiva delle relazioni e del concetto di cura» – continua Belardinelli – «dimensioni che avevamo trascurato e in certi casi perso: questo tema ci è oggi più chiaro e rappresenta un elemento di crescita della nostra consapevolezza. Anche la guerra in Ucraina potrebbe aiutare a restituire valore a dimensioni come la solidarietà, il senso di appartenenza, la disponibilità a battersi e sacrificarsi per qualcosa a cui si appartiene. Elementi di speranza che si riaffacciano nel dibattito europeo proprio di fronte a scenari così drammatici». Purtroppo oggi governi e cittadini soffrono la difficoltà ad adeguarsi all’incertezza. Se vengono meno il potere d’acquisto, l’energia e persino la pace, risulta difficile vedere le opportunità.
«Viviamo uno spaesamento “inedito”, eppure proprio oggi si può riscoprire la dimensione dell’incertezza. Non ricordo chi lo disse ma mi convince: “Finché siamo inquieti possiamo stare tranquilli”.»
«Forse, fino a oggi, ci siamo appoggiati troppo a una dimensione “comoda” della vita, quasi fosse un diritto acquisito. E la cosa che stupisce di più è che viviamo in una società che ama tanto la parola libertà ma non accetta la mancanza di controllo e l’incertezza che la libertà implica. C’è invece un rapporto essenziale tra libertà e incertezza.»
Ci sarebbe anche da chiedersi quanto incida il fatto di vivere in una cultura individualistica che non tiene sufficientemente in conto le connessioni tra noi e gli altri. «È vero – continua Belardinelli – Ci siamo illusi di essere padroni della nostra vita e per questo non tolleriamo più l’incertezza. Se c’è una situazione di incertezza è sempre colpa di qualcuno. Ma questo non è compatibile con la concezione della persona che ci arriva dalla tradizione cristiana, oggi in crisi. Ciò ha conseguenze importanti: la perdita di dialettica tra la cultura cristiana e quella laica europea sta mettendo in crisi la forza e la “vitalità dell’Europa” non solo a livello religioso ma anche politico-culturale.»
Quale può essere allora una via per superare con successo questa fase storica? «Credo che, nel marasma di questi tempi, saprà cavarsela al meglio chi avrà risorse culturali e relazioni umane di valore – conclude Belardinelli – Che siano antitetiche a modalità tecnicistiche o dirigistiche, e siano incentrate sul rapporto tra libertà e responsabilità. Bisogna coltivare un nuovo modo di stare con noi stessi e con gli altri, e per farlo servono luoghi di formazione popolati da relazioni concrete tra le persone. I giovani di oggi aspettano maestri che incarnino i valori e li trasformino in esperienza.»
Un lucida e appassionata riflessione sul tema della cura, a firma del professor Natalino Irti. Attraverso parole che invitano il pensiero a sostare e pause che suggeriscono il tempo di una riflessione profonda, si snoda una questione che, a partire da uno spunto etimologico, illumina aspetti normativi, filosofici e in ultima analisi vitali sulla natura di uno dei rapporti umani più delicati e intimi: quello tra medico e malato. Al centro di questa relazione si staglia il grande tema della libertà. Il malato è libero, capace di esercitare la propria volontà e il proprio diritto a essere informato in maniera adeguata: è poi compito del medico garantire questa libertà e fornire tutti gli strumenti necessari affinché la si impieghi senza vincoli. Quello tra medico e paziente è prima di tutto un rapporto tra esseri umani: «la malattia è un uomo malato». Non può esserci «tecnica della terapia» in assenza della «cura del paziente». È qui che scaturisce il tema della «dignità» dell’individuo e del suo personale percorso terapeutico.
La Research-based education rappresenta un modello di università basato sulla cosiddetta “competitive excellence” per attrarre e trattenere i migliori talenti e prepararli ad affrontare le sfide attuali.
La ricerca permette di affrontare le domande scientifiche della contemporaneità, studiando e analizzando i fenomeni con tutti gli strumenti a disposizione, in contatto con il mondo della innovazione pubblica e privata e coltivando il metodo e la cultura della “evidenza scientifica”.
Mediante la partecipazione personale ad attività laboratoriali e di simulazione, l'apprendimento si arricchisce e favorisce la capacità di approccio interdisciplinare alla conoscenza.
Il concetto di One Health rappresenta un approccio innovativo che vede la salute umana, quella animale e il benessere dell'ambiente perfettamente interconnessi tra loro.
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One Health non è solo un obiettivo di prevenzione sanitaria: è una visione strategica per garantire la sostenibilità e il benessere collettivo, in linea con l'Agenda 2030.